06.PIEMONTE / Alessandria
Il sentiero della memoria a Campassi
06.PIEMONTE / Alessandria
Il sentiero della memoria a Campassi
Vademecum
Itinerario circolare pedonale alle pendici settentrionali del M. Antola. Itinerario adatto a escursionisti esperti.
Area geografica: Val Borbèra nell’Appennino tortonese.
Punto di partenza: Vegni, frazione di Carrega Ligure (si raggiunge uscendo dall’Autostrada Milano-Genova all’altezza di Vignole e risalendo la Val Borbèra in direzione di Carrega; il bivio per Vegni si trova 6 chilometri prima del capoluogo).
Tempo di percorrenza:4 ore e 15 minuti.
Dislivello: 600 metri. Caratteristiche e difficoltà:sentiero battuto ma con segnavia (tre bolli gialli) piuttosto discontinuo (prestare attenzione soprattutto nei borghi abbandonati dove la vegetazione invade il sentiero); fontane lungo il percorso; provvedersi di viveri poichè non esiste nessuna possibilità di ristoro salvo un bar a Vegni.
Periodo consigliato: autunno.
Indirizzi utili: Alexala Atl, P.za S.Maria di Castello 14, Alessandria, tel. 0131.288095 - 0131.220056,www.alexala.it; Comunità Montana Valli Borbèra e Spinti, piazza Umberto I 1, Cantalupo Ligure, tel. 0143.90960, www.valborbera-news.com; Municipio di Carrega Ligure, tel. 0143.97115, www.comunecarregaligure.eu
La buona tavola: Ristorante Appennino, P.za della Vittoria, Cabella Ligure, tel. 0143.91950; Ristorante Bruno, loc. San Nazzaro, Albera Ligure, tel. 0143.90060.
Il buon riposo: Albergo Cornareto*, Cabella Ligure, fraz. Cornareto, tel. 0143.919509. Agriturismo Crosetti, via Capoluogo, Carrega Lig., tel. 0143.97156.
Internet: http://www.comunecarregaligure.eu
ATTENZIONE! IL SENTIERO POTREBBE ESSERE INFRASCATO PER ABBANDONO.
Itinerario pubblicato su AIRONE, novembre 1993. Aggiornato il 12.12.2009.
La memoria delle nostre terre sta nei segni che l’uomo ha impresso nel paesaggio. Come lo scultore delinea da una forma sbozzata e riproduce fino alla perfezione i tratti di un volto, così i contadini diboscando e smacchiando le nostre vallate hanno impresso nuove forme al paesaggio naturale, lo hanno trasformato e colonizzato accumulando esperienze secolari. L’evoluzione di questo paesaggio è costante e prosegue anche quando la presenza umana viene a mancare. E’ il momento in cui quel sottile equilibrio fra uomo e natura si sbilancia a favore di quest’ultima. Il paesaggio muta d’aspetto e si rinaturalizza.
In alto, da sinistra a destra: una panoramica della Valle dei Campassi; la chiesa di Campassi. Qui sopra, le case di Renèusi, avvolte dalla vegetazione rampicante.
Negli acquarelli, dall’alto in basso: una casa di Boglianca; la cappelletta di Ferrazza; il camposanto di Renèusi; il Molino Gelato sul Rio dei Campassi.
Testi, foto, disegni di Albano Marcarini
Talvolta il tempo di una generazione non ci permette di cogliere gli effetti di un cambiamento. Succede che osservando dall’alto di una montagna il paesaggio che ci circonda, ammirati dalla sua vastità e bellezza, pensiamo che esso sia così da sempre, che nulla sia intervenuto a modificarne l’aspetto. In realtà non è così e i vecchi contadini lo sanno. Bisogna esplorare attentamente i vecchi sentieri, fra i casolari per comprendere il senso di cambiamenti profondi. Sono luoghi dove occorre disegnare nuove mappe e dove quelle vecchie ci aiutano a riconoscere le memorie: campi, boschi da frutto, case, mulattiere, ponti, fontane, cimiteri, cappelle, molini.
Queste cose formavano lo spazio vitale di un villaggio ed erano quasi sempre legate a esperienze umane fatte di fatiche e privazioni. E’ giusto dimenticarsene? Crediamo di no, non fosse altro che per la loro commovente bellezza e per l’ammirevole sapienza creativa. Nessuna di queste opere ha mai richiesto l’intervento di un architetto o ha causato danni all’ambiente. Furono il frutto di un linguaggio e di tecniche codificate nei secoli, mai trascritte in un manuale, ma tramandate di bocca in bocca, di gesto in gesto. Farle rivivere sarebbe un sogno, ricordarle è un atto dovuto.

Il punto di partenza è fissato a Vegni (m 1060), insediamento formato da due nuclei che godono di una favorevole esposizione al sole e della minore acclività della montagna. Dal parcheggio (fontana) ci si dirige verso la chiesa, ma giunti alle prime case si volge a sinistra imboccando una carrareccia che subito si divide in tre direzioni. Si segue quella di mezzo, indicata da un cartello con un divieto di transito ai veicoli. Verso valle si scorge, sull’opposto versante, Agneto, nucleo a cui fanno da cornice le linee parallele delle fasce coltive, oggi in abbandono.
Il primo ricordo: le fasce. Erano strisce di terreno coltivo strappate metro per metro alla montagna dove si seminavano grano, meliga e patate. La proprietà della terra era molto frazionata e ogni famiglia possedeva anche un prato per il fieno e un lembo di bosco per le castagne e la legna. Ma era appena ciò che bastava per vivere e negli anni di carestia la sola alternativa era l’emigrazione.
Giunti a un tornante, si lascia la strada e si segue un sentiero che guadagnato uno sprone discende e aggira il vallone del Rio della Pera.
Il secondo ricordo: la mulattiera. I nostri passi seguono uno stretto sentiero ma la larghezza del terrazzo che lo sostiene ci rammenta l’esistenza di una mulattiera larga almeno un metro e mezzo. La vegetazione ha invaso il tracciato è ha lasciato solo un’esile traccia ma, di tanto in tanto, si scorge ancora il vecchio selciato. Si notano anche le vasche di alcune fontane.
Dopo il primo vallone se ne aggira un secondo mantenendo sempre un’altezza costante. D’un tratto alle piante di roverella e di carpino subentrano i castagni, i cui tronchi enormi e contorti lambiscono il sentiero e lasciano presagire la vicinanza di un villaggio, di cui questo bosco da frutto era la provvidenziale dispensa.
Il terzo ricordo: Casoni (a 50 minuti di cammino). Il villaggio, completamente abbandonato, è una sfida a ogni buona norma urbanistica: le case in pietra sono allineate lungo il sentiero, aggrappate al ripido pendio e godono di pochissima luce. Come in una poesia di Giovanni Caproni: «Qui è assente il sale del mondo: il sole». Qualche tetto è sfondato e le travi si infossano nel terreno fra i rovi. Le più solide resistono ancora sorrette da archi e voltoni. Nei locali interni, aggrediti dalle muffe e minacciati da profonde crepe, giacciono sparsi oggetti d’uso quotidiani e povera mobilia in legno scampata chissà come alla voracità degli antiquari. A una parete pende un calendario di Frate Indovino, datato 1959. A guardare queste cose non sembra d’intuire un lento declino, ma una fuga improvvisa come durante un’epidemia o all’approssimarsi di un cataclisma.

Il quarto ricordo: la cappellina. Si trova appena fuori Ferrazza, in un andito fresco e ombroso, all’incrocio dei sentieri, come spesso accade. E’ costruita come una vera e propria chiesa ma dalle dimensioni lillipuziane e la sua umile veste la priva di ogni ornamento. Dietro la grata in legno della porticina si scorge una stinta immagine della Madonna e un mazzo di fiori seccati. Accanto c’è la vasca di una fontana.
Ancora silenziosi passi nel bosco, dove lunghe liane di vitalba, caprifoglio, fitti roveti coprono antichi muretti a secco, per giungere al borgo che sulla carta è indicato come Reneuzzi, ma che quì chiamano Renèusi, alla ligure, perchè in queste valli, oggi piemontesi, sono stati profondi i rapporti storici con Genova.

A Renèusi il sentiero si divide. Bisogna seguire con un certo intuito, perchè infrascato, quello che fra le case più basse, fra cui una con un terrazzo e una ringhierina in ferro, torna a ritroso scendendo poi con qualche serpentina fino nel fondovalle. Si passa a guado il Rio dei Campassi (a 2 ore di cammino) e si risale il versante opposto sulle tracce di un selciato. Fatto un centinaio di metri una diramazione verso destra scende di nuovo al torrente e arriva a un molino (fontana).

Il sesto ricordo: il molino. Ci sono tre vecchi molini lungo il rio. Questo è il Molino Gelato, forse così chiamato per le fredde correnti d’aria di questo angolo di valle, dove confluiscono numerosi corsi d’acqua. Appoggiate alla parete di un semplice costruzione in pietra stanno due grosse macine. Poco più a monte si trova il Molino dei Gatti, che era azionato da una turbina idraulica del tipo Pelton.
Si continua la salita sulla mulattiera fino a una evidente biforcazione dove si segue la traccia di destra che pianeggiando arriva alle case di Boglianca (2 ore e 15 minuti). La costruzione di una strada ha qui favorito il recupero di alcune abitazioni anche se in forme poco rispettose della tradizione. Si continua lungo la strada per raggiungere Campassi (a un tornante si può abbreviare il cammino imboccando a destra la vecchia mulattiera).
Il settimo ricordo: il sagrato della chiesa di Campassi (2 ore e 30 minuti di cammino). E’ delimitato verso valle da un muretto, vi fa ombra la folta chioma di un ippocastano che protegge la statua di San Giacomo, titolare della chiesa dallo svettante campanile. E’ un gradevole luogo di sosta da cui si gode la vista di gran parte del cammino sinora fatto. C’è anche un tavolo in pietra con sopra una croce in legno: forse lì attorno si riunivano i capifamiglia per decidere le mansioni collettive che attenevano alla vita del villaggio, come riparare i sentieri, pulire le fontane, tagliare l’erba nel camposanto, aiutare nella fienagione le famiglie bisognose.

Si riprende il cammino seguendo il sentiero che passa sotto il sagrato della chiesa e che scende, meno evidente del precedente, verso il fondovalle. Ad un tratto si congiunge, da destra, quello proveniente dalle Case di Campassi e continua lungo il versante perdendo gradatamente quota. Si incontra di nuovo la strada all’altezza di un tornante, la si segue in discesa fino al ponte del Rio Berga. Subito dopo, a destra, si stacca un nuovo sentiero che segue per breve tratto il letto del rio, lo attraversa, risale per poco il fondo della valle appena discesa, attraversa anche il Rio dei Campassi e continua lungo l’alveo fino a un altro molino (3 ore e 15 minuti) dove è rimassa infissa la grande ruota in ferro. Dal molino il sentiero lascia il fondovalle e prende a risalire a serpentina la costa della montagna. Era il tradizionale percorso che collegava il molino a Vegni superando un dislivello di oltre 300 metri. Infatti alla fine della salita si riconoscono le case dalle quali si era partiti e dove si torna dopo più di 4 ore di cammino.
Un’utile integrazione all’escursione risulta la visita al Museo Contadino Alta Val Borbèra a Carrega Ligure, che raccoglie oggetti, documenti e testimonianze della cultura materiale di queste vallate. Il museo è in genere aperto il sabato pomeriggio e la domenica; in caso contrario chiedendo in paese è facile avere le chiavi per accedervi.