24.LIGURIA / La Spezia
Il sentiero di Minerva a Portovenere
24.LIGURIA / La Spezia
Il sentiero di Minerva a Portovenere
Vademecum
Il sentiero parte da Portovenere, all’estremità di ponente del Golfo di La Spezia, e arriva in quota a Campiglia, frazione di La Spezia. I collegamenti con la stazione Fs di La Spezia sono assicurati dagli autobus dell’Azienda Trasporti Consortile. Portovenere si raggiunge da La Spezia con la linea 11/P. Da Campiglia si torna in città con la linea 20a.
Il sentiero si sviluppa lungo costa a una certa altezza sul mare con splendide vedute panoramiche. Non comporta particolari difficoltà, ma attenzione se effettuato sotto la pioggia.
Punto di partenza: Portovenere (p.za Bastreri).
Punto di arrivo: Campiglia (p.za della Chiesa).
Lunghezza: 4,840 km.
Dislivello: 440 metri.
Tempo di percorrenza: dalle 2 alle 3 ore (escluse le soste).
Comuni attraversati: Portovenere, la Spezia.
Condizioni del percorso: sentiero e brevi tratti di strade secondarie in asfalto.
Segnavia: bianco/rosso, numero 1.
Ospitalità a Portovenere:
B&B Gli olivi,
via II Traversa Olivo 13
(a 800 metri da centro storico, sulla collina),
tel. 0187.790224.
La casa del pescatore,
Isola Palmaria, loc. Secco (3 stupende camere di fronte a Portovenere),
tel. 0187.791141, www.palmariaisland.com
La buona tavola
Trattoria La Marina
(da Antonio),
piazza Marina 6,
tel. 0187.790686, www.trattorialamarina.it
ch. novembre e al giovedì, classica trattoria fronte porto, schietta e familiare, cucina di mare.
Ospitalità a Campiglia:
Hotel Locanda Tramonti, via della Chiesa 56, tel. 0187.758514 - 335.6161277, www.locandatramonti.it
Camere e cucina Piccoloblu,
piazza della Chiesa 4, tel. 0187.758517 - 333.6198987, www.piccoloblu.it
La buona tavola
Ristorante La Lampara, via Tramonti 4, tel. 0187.758035.
Itinerario estratto dalle mie guide: ‘I sentieri delle Cinqueterre’, Lyasis, Sondrio 2006; Il Sentiero dei poeti, Alleanza Assicurazioni, Milano 2002.
Itinerario pubblicato in forma ridotta su AIRONE 166, febbraio 1995 e su BELL’ITALIA, dicembre 2007.

Al di là del braccio di mare che ospita il porto emerge la sagoma scura, quasi di carapace, dell’Isola Palmaria. Nasconde altre due isole che sono la prosecuzione e la graduale immersione nel Tirreno dei Monti Liguri: il Tino e il Tinetto.
Case che sono mura e torri insieme, allineate nel ‘carrugio’ verso la punta dell’Arpaia: questa è Portovenere, sicura stazione navale fin dal tempo dei Romani sugli itinerari per la Gallia e la Spagna. Il borgo è autenticamente genovese e rispecchia l’affezione della capitale verso questo estremo presidio orientale, a lei fedele fin dal 1113, o 1139 per altri. Si sa, gli storici non sono quasi mai concordi.
Sotto la porta d’ingresso al cosiddetto ‘Burgum rectum’ campeggia la lapide con le iscrizioni celebranti le vittorie sui nemici Pisani, che nel 1242 arrivarono minacciosi sotto le mura.
La collocazione di Portovenere, affacciata a oriente, doveva generare una formidabile macchina guerresca. Il castello lo si scorge in alto, sulla rupe, come un falco che attende la preda. Dicono sia fra le più imponenti delle architetture militari genovesi, ciclopico insieme di baluardi e cortine murate, messo lì nel XII secolo ma completato nel XVI, più per spaventare che per difendere. Due braccia di mura cingevano il borgo amalgamandosi alle case.
Lasciamo trascorrere la notte e risvegliamoci al mattino sulla spianata della chiesa di S. Pietro, vicino alla scogliera dell’Arpaia, sorta di nostrana ‘finis terrae’, affacciata sull’infinito blu. L’edificio sacro integra come sovente accade, edifici di epoche diverse: un tempio pagano di cui si hanno le fondamenta; una chiesa paleocristiana, anteriore al VI sec., con abside, posta sul lato destro dell'ingresso; una chiesa medievale, eretta dai Genovesi nel 1256 con la consueta partitura alternata di pietre bianche e nere.

Ora torniamo verso il borgo, lungo l’asse di via Capellini, e osserviamo le case. Sono allineate, ma non perfettamente. Ci sono sporgenze e rientranze, cose di pochi centimetri ma sufficienti a dare rilievo e volume. Ci sono i colori che distinguono una partitura da quella vicina. E ci sono due ingressi, uno basso dalla parte del mare, che un tempo batteva fin sotto le finestre, e uno interno, dalla parte della via, ma sopraelevato di un piano. Nei vani inferiori stavano il rimessaggio delle barche e i magazzini, in quelli superiori l’abitazione.
Ci vuole immaginazione, non bastano le parole di una guida a figurarsi la Portovenere genovese: togliete i ristoranti, i negozietti di souvenir, le insegne, la spianata dinanzi al porto e le tante tintinnanti imbarcazioni da diporto. E poi ci sono i ‘capitoli’, che non appartengono a un libro, ma al modo di circolare fra i vicoli, anzi sono i vicoli essi stessi, quelli che, dentro la cortina delle case, scendono oscuri e gradonati agli approdi.

Il sentiero che da Portovenere sale a Campiglia, tratto iniziale dell’itinerario delle Cinqueterre, attrezzato dal Club Alpino Italiano, è segnalato con il numero 1 ed è fra i primi in Italia per bellezza. Lo si potrebbe percorrere con minor fatica in discesa, da Campiglia a Portovenere, ma preferisco proporvelo in salita, di modo che il passo non sia sospinto dalla legge di gravità ma frenato, e si possa, fra una sosta e l’altra, cogliere il meglio di queste montagne con le radici fissate nel mare e magari, come capitò a Petrarca nei suoi peregrinari costieri, scorgere la Dea Minerva passeggiare solitaria fra gli ulivi.

Ben presto si raggiunge la dorsale montuosa, rotta in spaventosi precipizi sul versante che volge al mare, più morbida e mossa dalle dita allungate delle colline dalla parte che si apre sul Golfo della Spezia. È’ un crinale spazzato dal vento come dimostrano le contorte forme degli ulivi e la stentata crescita degli arbusti. Fra questi ultimi spicca l’euforbia arborea (Euphorbia dendroides), in forma di grossi cuscini.
In basso, si scorge il promontorio con la chiesa di San Pietro. Brandelli di muri a secco danno l’idea di una plaga coltivata, ma oggi inselvatichita e attraversata più volte dal fuoco che ha cancellato l’originaria pineta sostituendola con una macchia ad arbusti. Si intravedono i gradoni della vecchia mulattiera, nascosta dalla profusione dell’ampelodesma (Ampelodesmos mauritanica), un’erba che colonizza le zone colpite da incendio.
All’altezza di alcune baracche si scorgono enormi blocchi di pietra squadrata; indicano le cave di portoro del Muzzerone. Il curioso potrà visitarle, ma solo con cautela poiché la zona è abbandonata e priva di opere di sicurezza. Il portoro è una pietra calcarea nera, striata da venature bianco giallastre, formatasi alla fine del Triassico (circa 90 milioni di anni fa), di grande effetto decorativo. La vena affiora nelle falesie del Muzzerone e sulla Palmaria.

Proseguendo la salita, ogni tanto gettate uno sguardo alle spalle poiché la vista si apre, oltre Portovenere, verso l’isola Palmaria, il golfo, la penisola di Montemarcello e, lontane, ma distinguibili dal candore del marmo, le Alpi Apuane. A un tratto si stacca sulla sinistra una variante al sentiero principale, con il segnavia 1a.
Seguitando sulla traccia principale si aggira il versante nord del Muzzerone e, ormai in piano, si esce a un tornante (alt. 249) della strada che conduce alla vetta. Si segue la strada in discesa passando un’altra cava di portoro (a un tratto, sulla destra, una scorciatoia fa risparmiare un altro tornante) fino a giungere alla Sella di Derbi (alt. 191) 2, da cui si spazia sul mare aperto. Un fondale che ci accompagnerà per il resto della passeggiata, a mezzacosta sul versante.
La macchia mediterranea che riveste le pendici fra la Sella di Derbi e il Pitone è fra i più densi e ricchi di varietà. Le specie più note e vistose? Il cisto, con i suoi fiori somiglianti a rose; il terebinto, o scornabecco, che dà una resina aromatica dall’odore penetrante; il lentisco, della stessa famiglia del terebinto, da cui si ricava il mastice, anticamente usato dalle donne greche e turche per profumare l’alito e sbiancare i denti; il mirto, o mortella, dalle foglie ovali e rilucenti, d’un verde intenso, pianticella sacra a Venere… e poi il corbezzolo, le ginestre, l’alaterno, l’ampelodesma e i giovani lecci che si fanno forza e porteranno, incendi permettendo, la macchia a maturità. Spesso questi arbusti sono avvolti da una matassa di liane infestanti come la lonicera etrusca, la robbia, l'asparago selvatico, lo stracciabraghe dal nome di evidente significato.

Più in basso, a ridosso della costa, si intravedono le ‘cantinette’: costruzioni utilizzate durante la vendemmia come deposito e anche come ricovero notturno per evitare la fatica di far ritorno a casa su sentieri così ripidi. Sul tetto si usa stendere l’uva, che una volta passita, viene impiegata per la produzione dello ‘sciacchetrà’, il vino dolce delle Cinque Terre.
Alla fine si raggiunge, in località Bocca del Cavalìn (alt. 351) 4, la strada asfaltata che sale a Campiglia. Il sentiero la disdegna e corre parallelo, salendo una montagnola rivestita da pini marittimi; poi ne asseconda un tratto, fino al campo sportivo; infine, di nuovo se ne allontana, puntando fra i pini verso il mare.
Il tratto conclusivo della passeggiata regala ancora una panorama: la costa di Schiara con le cantinette aggrappate fra terra e mare. Infine, un mulino a vento con l’architrave e la dicitura ‘Anno del Signore 1840’. Le prime case sono di Campiglia (alt. 399) 5. Il villaggio è allungato sulla strada centrale. Le case sono sotto il crinale, nascoste alla vista del mare, a motivo di protezione dalle scorrerie saracene che infestavano questa costa nel XVI e XVII secolo.
A Portovenere occorre andare istruiti. Sarebbe spiacevole arrivare in questo angolo della costa ligure senza la compagnia di coloro che restarono ammaliati dalla sua bellezza e decisero di trascorrervi parte della loro vita. Così, da coscienziosi turisti, mettete nello zainetto Byron, una dose di Montale, un pizzico di Petrarca - di quando discende la costa, alla volta di Gerusalemme - e, per finire Maggiani che degli scrittori è l’ultimo di una degna schiera.
Negli acquarelli, dall’alto in basso: la ‘spina’ delle case di Portovenere, protesa verso la Punta dell’Arpaia; la facciata della chiesa di S.Lorenzo a Portovenere; la chiesa di S.Pietro sulla Punta dell’Arpaia; la bifora aperta sul fianco della chiesa di S. Lorenzo a Portovenere; la falesia marina alle spalle del promontorio di Portovenere; veduta dal Muzzerone.
Testi, foto, disegni di
Albano Marcarini